Ascoltare la propria voce nell’era digitale: il viaggio di Mariella Cesaroni tra musica, AI e autenticità

Ogni intervista è un viaggio. Con Mariella Cesaroni ho esplorato la potenza della voce come specchio dell’identità e come chiave di connessione con gli altri. La sua storia, fatta di musica, creatività e didattica, dimostra che anche nell’era delle intelligenze artificiali la voce resta il nostro segno più autentico.

Ritratto narrativo: Mariella Cesaroni

Una vita tra musica e creatività

Cantautrice, autrice e docente certificata con un Bachelor of Arts in Modern Music conseguito alla Middlesex University di Londra, Mariella Cesaroni – in arte JMii – è una Vocal Coach con quasi vent’anni di esperienza nell’insegnamento della voce parlata, cantata e recitata.

La voce come specchio dell’identità

Poliedrica per natura, ha unito la musica al design industriale (Graduated IED – Istituto Europeo di Design), la creatività alla comunicazione, la didattica alla psicologia positiva. Ha fondato format innovativi, creato un musical inedito (Il Baule Magico), pubblicato singoli, coordinato corsi internazionali e dato vita a Marval Studios, piattaforma di content e media management.
Cresciuta in una famiglia nutrita di musica – tra vinili anni Settanta, soul, rock e cultura hip-hop – Mariella ha sviluppato un gusto eclettico e una sensibilità unica nell’accompagnare le persone a riconoscere e valorizzare il proprio talento. La sua missione è semplice e ambiziosa: usare la voce come strumento di identità, libertà ed empowerment, anche nell’era dell’intelligenza artificiale.

Voci dal futuro

Un metodo che intreccia esperienze diverse

Mariella, la tua formazione attraversa musica, design, comunicazione e persino psicologia positiva. In che modo tutte queste competenze si intrecciano nel tuo lavoro con la voce?

Ho sempre pensato che la voce non sia un compartimento separato, ma un punto d’incontro. La musica mi ha dato la sensibilità per ascoltare e armonizzare, il design la capacità di progettare percorsi chiari e funzionali, la comunicazione il linguaggio per trasmettere e coinvolgere, e la psicologia positiva gli strumenti per valorizzare le potenzialità delle persone. Tutto questo confluisce nel mio metodo: aiutare ognuno a riconoscere la propria voce come strumento unico di espressione, crescita e relazione.

La voce che trasforma emozioni e persone

Sei Vocal Coach dal 2006: qual è l’aspetto che più ti affascina nel lavorare con la voce parlata, cantata e recitata?

La trasformazione. Ogni voce è come una mappa: porta con sé emozioni, limiti, potenzialità. Vedere un allievo che passa dall’insicurezza alla padronanza, dall’ansia al piacere di esprimersi, è un’esperienza straordinaria. La voce non mente: quando cambia la voce, cambia anche la persona che la porta.

Voce inclusiva: accogliere differenze e fragilità

Nei tuoi workshop la voce diventa identità, libertà, presenza. Come definiresti oggi una “voce inclusiva”?

Una voce inclusiva è una voce che accoglie. È il suono che non giudica, che abbatte le barriere e lascia spazio alla diversità. Nell’era dell’AI significa anche usare la tecnologia per rendere la vocalità accessibile: traduzioni automatiche simultanee, sottotitoli in tempo reale, clonazione della voce per imparare ad accettare la propria vocalità e aumentare capacità espositiva ed espressiva, consapevolezza di sè, autostima e creatività. Inclusiva è la voce che permette a tutti di sentirsi parte di una stessa risonanza.

Quando l’AI ridona voce e riconoscimento

L’intelligenza artificiale può imitare e sostituire la voce umana. Secondo te, può anche restituirla a chi l’ha persa?

Assolutamente sì. Ci sono già software che ricostruiscono un timbro vocale simile a quello originario di pazienti che hanno perso la voce a causa di malattie come la SLA. Non è solo uno strumento tecnico, è un atto identitario: significa ridare dignità, restituire a una persona la possibilità di riconoscersi nella propria voce. Nonchè programmi di sintesi vocale che elaborano impulsi neuronali decodificandoli e traducendoli in linguaggio in soggetti che hanno perso l’aspetto motorio e non riescono ad articolare il suono. In senso figurato, l’AI può dare voce anche a chi nella società non viene ascoltato.

Voci nei diversi luoghi della vita

La tua esperienza come docente ti porta a lavorare con pubblici molto diversi: cantanti, attori, insegnanti, ma anche professionisti che usano la voce in azienda o in sanità. Come cambia l’approccio in base ai contesti?

Anche se la “tecnica Vocale” è una, perché una è la fonte di produzione del suono (pliche vocali), è necessario adattarsi ad ogni contesto per assolvere bisogni specifici.
– Con i cantanti e gli attori lavoro sulla tecnica e sull’interpretazione.
– Con gli insegnanti l’attenzione va sulla inevitabilmente sulla resistenza vocale e sulla chiarezza comunicativa.
– In azienda la voce diventa leadership, capacità di motivare e guidare: le sfumature, le dinamiche, le intenzioni e il sottotesto sono fondamentali.
– In sanità, invece, la voce è cura: un tono rassicurante può fare la differenza nel rapporto con un paziente.
Cambia l’approccio, ma resta comune l’obiettivo: usare la voce in modo sano, evitando di stressarla e come strumento di relazione efficace.

Fragilità che diventano unicità

Parli spesso di trasformare le imperfezioni in “superpoteri” comunicativi. Puoi raccontarci un episodio in cui una fragilità vocale si è rivelata una forza unica?

Ricordo una giovane cantante con una voce molto roca, che inizialmente viveva come un difetto. In realtà quella timbrica le dava un carattere unico, riconoscibile, che la distingueva dagli altri. Lavorando sulla consapevolezza ha trasformato quella che sembrava una fragilità in una firma personale. La stessa cosa accade spesso con l’emotività: la voce che trema può diventare un segno di autenticità e vicinanza emotiva.

Voce come respiro e cura interiore

La voce come strumento di cura: respiro, emozione, relazione. Quanto può incidere la consapevolezza vocale nel ben-Essere delle persone e nelle relazioni di cura?

La voce è corpo che vibra. Quando impariamo a respirare meglio, a gestire il tono, a usare il silenzio, cambiamo il nostro stato fisico ed emotivo. È provato che cantare da soli o in coro, oppure leggere a voce alta migliora l’ossigenazione, riduce lo stress, aumenta l’empatia. Nelle relazioni di cura, una voce consapevole può trasmettere calma, accoglienza, fiducia. La voce da sola non ha il potere assoluto di guarire la persona, ma crea le condizioni per stare meglio ed affrontare la vita con un altro spirito, con una particolare luce e sensibilità.

Futuro immaginato tra voce, AI e relazioni

Guardando al futuro: come immagini un progetto che unisca voce, AI e inclusione sociale?

Immagino uno spazio, fisico o virtuale, dove persone con capacità e bisogni diversi possano incontrarsi attraverso la voce. L’AI faciliterebbe l’accesso: traduzioni simultanee per chi parla lingue diverse, sottotitoli automatici per i sordi, sintesi vocale personalizzata per chi non può parlare. Sarebbe un luogo di scambio e creatività, dove la tecnologia non sostituisce la persona, ma amplifica le potenzialità della voce, creando comunità.

Rome Future Week: un invito a riflettere sul nostro modo di comunicare

Perché hai scelto di portare il workshop “Vocalità aumentata nell’era AI” alla Rome Future Week e quali sono le tue aspettative da questo dialogo sul futuro della comunicazione?

Ho scelto di portarlo perché credo che oggi sia urgente riflettere su come la tecnologia stia cambiando il modo in cui ci esprimiamo. La Rome Future Week è il contesto ideale: parla di innovazione ma anche di futuro umano.

Le mie aspettative sono due: da un lato sensibilizzare sul valore della voce come identità da proteggere e custodire, dall’altro mostrare come l’AI possa diventare un alleato per renderla più accessibile, creativa e inclusiva. Spero che chi parteciperà uscirà dal workshop con una nuova prospettiva di cura e consapevolezza: la voce è il nostro bene più prezioso, nasce e cresce con noi accompagnandoci per tutta la nostra esistenza, è lo specchio della nostra anima, è l’esternazione più autentica dell’io legata all’aspetto emotivo, è unica e come un’impronta digitale, così,  è tempo di imparare a prendersene cura.

Le parole e l’esperienza di Mariella mi hanno ricordato che la voce è una bussola interiore. Nel rumore del presente, imparare ad ascoltarla diventa un atto di autenticità e coraggio. La voce è memoria e futuro insieme: custodirla significa custodire noi stessi.