Tra dolore e consapevolezza: il ruolo della nutrizione nei percorsi di benessere

Giorgia Lucherini, mamma e biologo nutrizionista.

La sua passione per la nutrizione è nata nella prima adolescenza quando iniziò un percorso di educazione alimentare. Da questa esperienza prese coscienza di cosa e di come mangiava.

Un’avventura che è diventata la sua vita oltre che il suo lavoro. Cura l’alimentazione della sua famiglia cercando, non solo di variare quotidianamente la scelta alimentare, ma anche di creare nuovi piatti in modo da stimolarli sempre di più a provare diversi gusti e sensi.

Questo è quello che ha intenzione di fare con coloro che vorranno intraprendere questo percorso: migliorare il proprio rapporto con il cibo.

Migliorare il rapporto con il cibo vuol dire migliorare la qualità della vita delle persone. I suoi studi si concentrano in particolar modo ai disturbi alimentari e alle patologie reumatiche come la fibromialgia. 

Con ANaPP porta avanti un percorso multidisciplinare che integra: nutrizione, psicologia e reumatologia per restituire centralità alla persona e non solo al paziente.

Ci ricorda che l’alimentazione è un mondo che fa parte della nostra vita e della nostra cultura e ci consente di vivere nel migliore dei modi. Alimentarsi in modo equilibrato ci permette di apprezzare i cibi di qualità e di comprenderne il ruolo nella prevenzione e nella cura della salute.

 

La nutrizione, quando la si guarda con attenzione, racconta qualcosa di profondo sul nostro modo di stare al mondo. Nelle malattie reumatiche e rare diventa ancora di più: una forma di ascolto del corpo, uno strumento per ritrovare equilibrio in una quotidianità spesso segnata dal dolore. Con Giorgia Lucherini, biologo nutrizionista, ho voluto attraversare questo confine sottile tra scienza e vissuto personale, per capire come il rapporto con il cibo possa trasformarsi in una risorsa concreta di benessere.

 

La tua passione per la nutrizione nasce molto presto, da un’esperienza personale. Cosa ti ha insegnato e come ha orientato il tuo lavoro?

Quando ero bambina mangiavo un etto di prosciutto crudo a fine pasto. Come se fosse un dolce. Sono stata da un dietista il quale mi ha fatto capire che quel prosciutto forse era una coccola che mi facevo nonostante il mio stomaco fosse pieno. Da quel momento ho iniziato a desiderare di fare questo lavoro: l’alimentazione non è solo un piatto anonimo davanti al mio posto a tavola ma è vita. Deve essere curato! 

Ti stai specializzando in alimentazione per malati reumatici e fibromialgici, ma ancora oggi sembra che manchi una cultura diffusa che riconosca la nutrizione come parte fondamentale della presa in carico del paziente cronico. Perché secondo te questo passaggio culturale non è ancora avvenuto? E quanto è importante includere la tua professionalità nei team multidisciplinari?

Per me è essenziale l’approccio multidisciplinare in queste patologie. Il paziente deve sentirsi accolto, accompagnato e ascoltato. Tanto si sta facendo per includere nei servizi questo concetto. Piano piano. Si lavora!

Prendere in carico una persona che convive quotidianamente con il dolore e spiegargli l’efficacia di una dieta strutturata contro l’infiammazione non è semplice. Qual è, secondo la tua esperienza, l’approccio migliore per far comprendere che un’alimentazione adeguata e personalizzata, insieme alle terapie farmacologiche, può davvero migliorare la qualità della vita?

L’educazione alimentare e la dieta mediterranea possono migliorare di tanto la qualità della vita della persona affetta da una malattia reumatica, ma oggi non è così facile seguirla come in tanti credono. È importante che la persona sia informata e accompagnata nella scelta alimentare in tutta la “filiera” familiare: dal supermercato alla tavola. Sentirsi presi per mano da un professionista è la chiave per far comprendere come le nostre scelte a tavola possano farci stare bene.

La letteratura suggerisce che, oltre alle terapie, serva una valutazione accurata dello stile di vita. Nutrienti come omega-3/6, curcuma, resveratrolo, ma anche sale, caffè o cioccolato, sembrano influenzare il sistema immunitario e l’infiammazione. Qual è il tuo parere clinico su questi componenti e come li traduci in indicazioni concrete per i pazienti?

Nutrienti come curcuma o resveratrolo, omega3, sono sicuramente benefici per il nostro corpo. Non fanno male e possiamo mangiarli, come per esempio un cucchiaino di curcuma a colazione insieme allo yogurt oppure mezzo bicchiere di vino al giorno. Non aspettiamoci però dei miracoli in termini di “anti-infiammazione”. Per dare dei risultati pressoché simili ad alcuni studi le quantità devono essere alte. Gli integratori si possono avvicinare. Ci sono integratori molto buoni, per esempio di curcuma, che aiutano nell’infiammazione e nel dolore. Ma la vera differenza la fa l’unione della multidisciplinarietà nella cura del paziente a 360°.

Le malattie reumatiche sono complesse e spesso coinvolgono l’intero organismo. Una dieta equilibrata può ridurre l’infiammazione e, nelle artriti immunologiche, anche le intolleranze alimentari giocano un ruolo importante. Possiamo dire che esiste un approccio generale valido per tutti e uno personalizzato per ciascun paziente?

Per ogni paziente si ha un approccio differente e personalizzato. Molte persone riescono a tollerare alimenti come glutine, lattosio, alcuni tipi di verdure e altre persone si gonfiano appena toccano un piccolo pezzo di mozzarella. Credo molto che il paziente debba essere ascoltato in modo da personalizzare la sua alimentazione rispetto al suo stile di vita, nel rispetto, ovviamente, della sua condizione clinica.

La fibromialgia è ancora oggetto di studio e senza una dieta univoca. Tuttavia, si parla di accorgimenti utili: garantire vitamine, antiossidanti, omega-3 e vitamina D, monitorare la carenza di BCAA, curare l’assorbimento intestinale o valutare regimi senza glutine. Qual è la tua linea e il tuo approccio ad oggi?

La fibromialgia tocca numerose patologie, dalle implicazioni a livello gastrointestinale alla carenza di vitamine e sali minerali data dall’alto numero di farmaci. Per prima cosa, dopo una valutazione e un’anamnesi alimentare, consiglio al paziente una dieta mediterranea per vedere la reazione dell’organismo in associazione a degli integratori alimentari specifici per la persona e, spesso, si decide insieme al medico reumatologo. Poi si valuta con il paziente se intraprendere un percorso con una dieta a basso contenuto di foodmap’s (zuccheri che possono fermentare nell’intestino e dare i sintomi clinici classici come gonfiore/dolore/alvo alterno). 

Si parla ancora poco del ruolo della nutrizione nelle malattie rare, eppure gli esempi concreti sono chiari: nella Fabry la dieta può integrare la terapia, nella PKU è parte centrale, nelle malattie metaboliche ereditarie la dietoterapia dura tutta la vita. Potresti darci il tuo punto di vista a tal proposito?

L’alimentazione è tra le terapie non farmacologiche più centrali della vita di ognuno di noi. Mangiare, muoversi, fare anche solo una piccola attività fisica ci permette di migliorare la qualità della vita della persona sana, prevenire patologie cronico degenerative e coadiuvare la terapia farmacologica delle patologie. 

L’alimentazione non è fatta solo di indicazioni cliniche, ma anche di relazione. Quanto è importante, secondo te, l’ascolto e la medicina narrativa per costruire percorsi nutrizionali efficaci e realmente vicini alla vita quotidiana delle persone?

Molto importante. L’educazione alimentare è questo. è ascoltare, spiegare al paziente le basi della buona alimentazione, è rendere consapevole la persona nel mangiare, nel fare la spesa, nel cucinare. La consapevolezza ci rende capaci di fare le scelte giuste per la nostra salute! 

Da questo dialogo emerge un messaggio semplice e potente: prendersi cura di sé passa anche attraverso gesti quotidiani, come il modo in cui ci nutriamo. La prospettiva di Giorgia Lucherini restituisce dignità e complessità a un tema che spesso semplifichiamo, ricordandoci che la qualità della vita nasce dalle scelte che facciamo, ma soprattutto da come impariamo a conoscerci. Una riflessione che attraversa la salute, la cultura e il nostro rapporto con il corpo.

 

APPROFONDIMENTI

La fibromialgia, anche detta sindrome fibromialgica (FMS, dall’inglese fibromyalgia syndrome), è una patologia cronica caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico diffuso, disturbi del sonno, fatica cronica, alterazioni neurocognitive e molti altri sintomi, come la cefalea o la sindrome del colon irritabile. Questa condizione può manifestarsi a qualunque età, anche se più spesso nella terza/quarta/quinta decade di vita, interessando prevalentemente il sesso femminile (rapporto F/M da 2 a 10:1) e approssimativamente 1.5-2 milioni di persone solo in Italia. Ha un andamento cronico e i sintomi possono persistere anche tutta la vita, ma non sono sempre presenti nella stessa intensità o con lo stesso livello di gravità: ci possono essere riacutizzazioni (peggioramenti) della sintomatologia più o meno ricorrenti, e ciò spesso rende difficile la diagnosi.

La FMS è una condizione dolorosa cronica molto complessa, caratterizzata non solo da dolore muscolo scheletrico diffuso ma anche da profondo affaticamento, disturbi del sonno e da numerosi altri sintomi a carico di diversi organi ed apparati.

Le malattie reumatiche sono patologie caratterizzate dall’infiammazione di articolazioni, legamenti, tendini, ossa o muscoli che in alcuni casi possono coinvolgere anche altri organi. Se non diagnosticate e curate precocemente possono portare alla perdita di funzionalità delle strutture infiammate. Attualmente sono circa 150 le malattie classificate dalle società scientifiche. Alcune sono classificate come malattie del tessuto connettivo (connettiviti), mentre altre ricadono fra le malattie infiammatorie articolari (artriti). Possono colpire a qualsiasi età, anche i bambini, e sono in genere più frequenti nelle donne.

Alla base delle malattie reumatiche c’è una combinazione di fattori genetici e ambientali. Anche se si può nascere con una predisposizione al loro sviluppo, in genere è necessario uno stimolo esterno perché La diagnosi delle malattie reumatiche può essere resa difficile dal fatto che i sintomi sono comuni a diverse patologie. Per questo è necessario sottoporsi a una visita presso uno specialista reumatologo quando iniziano a manifestarsi i primi sintomi.

Le malattie croniche costituiscono la principale causa di morte quasi in tutto il mondo. Si tratta di un ampio gruppo di malattie, che comprende le cardiopatie, l’ictus, il cancro, il diabete e le malattie respiratorie croniche. Ci sono poi anche le malattie mentali, i disturbi muscolo-scheletrici e dell’apparato gastrointestinale, i difetti della vista e dell’udito, le malattie genetiche.

In generale, sono malattie che hanno origine in età giovanile, ma che richiedono anche decenni prima di manifestarsi clinicamente. Dato il lungo decorso, richiedono un’assistenza a lungo termine, ma al contempo presentano diverse opportunità di prevenzione.

Alla base delle principali malattie croniche ci sono fattori di rischio comuni e modificabili, come alimentazione poco sana, consumo di tabacco, abuso di alcol, mancanza di attività fisica. Queste cause possono generare quelli che vengono definiti fattori di rischio intermedi, ovvero l’ipertensione, la glicemia elevata, l’eccesso di colesterolo e l’obesità. Ci sono poi fattori di rischio che non si possono modificare, come l’età o la predisposizione genetica. Nel loro insieme questi fattori di rischio sono responsabili della maggior parte dei decessi per malattie croniche in tutto il mondo e in entrambi i sessi.

Le malattie croniche, però, sono legate anche a determinanti impliciti, spesso definiti come “cause delle cause”, un riflesso delle principali forze che trainano le modifiche sociali, economiche e culturali: la globalizzazione, l’urbanizzazione, l’invecchiamento progressivo della popolazione, le politiche ambientali, la povertà.

 

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