Quando la mente corre e il corpo frena
Viviamo in un’epoca che celebra la velocità: la produttività, l’efficienza, la capacità di essere ovunque e in ogni cosa. Ma esiste una realtà molto più complessa, che raramente trova spazio nei discorsi pubblici: la distanza tra ciò che il nostro pensiero e la nostra mente desiderano costruire e ciò che il nostro corpo talvolta riesce realmente a sostenere.
In chi vive ruoli multipli: come professionista, patient advocacy, caregiver ed è anche paziente, la distanza tra la velocità del pensiero e i tempi del corpo si percepisce ogni giorno. È una fenditura sottile ma costante, un dialogo irrisolto tra la tensione creativa della mente e la fragilità fisica che chiede ritmi soft.
Il doppio registro: quando si è caregiver e paziente allo stesso tempo
Prendersi cura e avere bisogno di cura: due movimenti opposti che convivono nello stesso spazio personale. Una condizione che spesso rimane invisibile, perché socialmente siamo più abituati a raccontare ciò che facciamo e non ciò che ci affatica.
Eppure, dentro questa duplicità c’è una grande verità: non si può correre sempre.
La mente rilancia, immagina, pianifica.
Il corpo protegge, frena, chiede tempo.
Sono due linguaggi diversi, ma non nemici.
Siamo davvero “in ritardo”?
Il ritardo è spesso un concetto che appartiene più al mondo esterno che a quello interno. Nella vita reale, chi si destreggia tra impegni professionali, responsabilità familiari e percorsi di cura non è mai “in ritardo”: sta semplicemente facendo il possibile in un sistema che non tiene conto delle sfumature umane.
La verità è che il valore non sta nella velocità, ma nella qualità. E le persone abituate a vivere dentro complessità multiple sviluppano spesso una capacità rara: quella di restare presenti, anche quando l’energia non è lineare.
Una nuova grammatica del tempo
Forse dovremmo imparare a raccontare il nostro ritmo in modo diverso. Non più lineare, ma circolare.
Non più costante, ma flessibile.
C’è un tempo per creare e un tempo per recuperare.
Un tempo per donare e un tempo per ricomporsi, solo per se stessi, per il proprio ben-essere.
Un tempo per correre e un tempo per fermarsi.
Procedere “a fisarmonica” — avanzare, rallentare, ripartire — non è un limite: è un modo umano di abitare la vita. Un modo che merita rispetto, non giustificazioni.
L’armonia possibile
La mente che corre e il corpo che frena non sono una frattura, ma una negoziazione continua. Un equilibrio fragile, sì, ma reale.
È in questo dialogo che si costruisce la traiettoria autentica: imperfetta, non lineare, profondamente umana.